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Beatrice Speranza
La magia di una foto ricamata

Artisti & Artigiani

Beatrice Speranza
La magia di una foto ricamata

Ci piace perché ogni sua opera è unica ed emozionante: fotografie rese “vive” da ricami con fili di lana, che creano ombre e sospiri ogni volta diversi, regalandoci la possibilità di scoprire prospettive inedite

Biografia

Beatrice Speranza è incanto materico: delicata e sensibile come una fata, distilla polvere di stelle attraverso i suoi scatti ricamati, che diventano presenze mutevoli in cui riconoscersi.

“La fotografia è sempre stata la mia più forte tentazione fin da piccola, quando mio padre tra opere d’arte e oggetti d’asta custodiva gelosamente dietro una vetrata della libreria del suo studio una storica Rolleiflex 6X6, oltre ad altre macchine, attrezzi e riviste d’arte. Dovevo risolvere il mistero di come, schiacciando un pulsante, potesse rimanere un’immagine catturata nella macchina.

Dovetti aspettare la gita di prima media per poter sperimentare con una semplice macchina compatta Kodak Instamatic, la mia passione per l’inquadratura.

Finalmente al primo anno di università (Architettura), mi sono iscritta a un corso di fotografia con la Rolleiflex di mio papà. Mi sono ricavata la mia minuscola camera oscura dove tendevo a isolarmi, mentre i miei coetanei andavano in discoteca, perché potevo stampare con il buio perfetto. Ero felice: nell’inquadratura raccoglievo l’essenza, la precisione, l’ordine che cercavo, nonostante la vita disordinata.

Gli studi hanno contribuito ad accrescere l’osservazione dell’immagine, la luce e la composizione. Nel tempo ho spaziato tra ritratto, foto di architettura e di paesaggio, passando da passione a professione e nuove sperimentazioni.

Ho imparato la poesia e la possibilità di cambiare punto di vista di un’opera d’arte lavorando diversi anni con Mauro Lovi, pittore, poeta e architetto. Divenni fotografa di servizio quando fui chiamata a testimoniare le realtà rurali gestite da donne, ma ho mantenuto anche la voglia di scattare per me, ad esempio librerie storiche, sospese nel tempo, come Shakespeare&Co a Parigi. Questo mi ha dato la forza di allestire una mostra con un allestimento molto curato, La Casa dei libri, come off del Photolux a Lucca, nello Spazio Officina di Emy Petrini, che ebbe un grande successo”

Dalla fotografia all’arte

Eri una fotografa, ora sei un’artista. Cosa o chi ti ha trasformata?

“La fotografia mi ha aiutato negli anni, attraverso le mie inquadrature, a mettere ordine in tutto ciò che nella vita quotidiana si tende a complicare, sia questo una forma o un sentimento. Ma rimaneva la mia grande difficoltà di concentrazione, perché la mia testa volava vorticosamente inseguendo infinite idee e visioni.

Ammiro il lavoro Emy Petrini, floral designer, con cui da anni ho intrapreso una collaborazione artistica e un confronto continuo. Ho sentito la sua calma mentre realizzava opere di grandi dimensioni in cui intrecciava e sovrapponeva rami e ho pensato che riavere un contatto fisico con le mie foto mi avrebbe aiutato ad acquisire più silenzio e quiete interiore.

Mi è tornata, quindi, voglia di ritrovare quel contatto fisico della camera oscura, perso con il digitale, e ho pensato al ricamo come momento meditativo. Era il 2012, feci una ricerca senza trovare nulla di simile. Avevo bisogno di ritrovare concentrazione, presenza.

Ho così iniziato a usare carta cotone su cui tracciavo le Presenze che vedevo e che venivano poi ricamate con ago e filo, per creare piccoli linee, piccoli punti. Piccole presenze. La presenza in me è nata da tecniche di respiro, dal soffermarsi a osservare i nostri gesti quotidiani attribuendogli un valore quasi “sacrale”, come mangiare un chicco d’uva osservandone prima le sue trasparenze”.

Presenze

Dallo scatto alla meditazione: ci racconti quest’evoluzione?

“Le mie opere sono nate dalla necessità di fermare alcuni momenti e attirare su di essi una rinnovata attenzione. Amo definirle racconti che prendono spunto dal mio vissuto e incontrano il tema del respiro nel paesaggio, riportato nel ricamo, che mi permette un contatto fisico con la fotografia.

Le trame intessute sono materiche presenze, lievi, leggere, evanescenti nel loro stare, perché continuamente mutevoli grazie ai giochi d’aria, luci, ombre. Bisogna avvicinarsi per notarle, per questo ho scelto sempre formati contenuti, adatti a una contemplazione ravvicinata, come fossero reali presenze. Da questo concetto nasce il mio primo progetto artistico, ispirato a scatti che feci con il cellulare al giardino della scrittrice Pia Pera, pensati come dono con ricamate “Libere Presenze”. Era un piccolo racconto che è diventato unicum di progetto.

Un percorso che sto portando avanti con altri racconti, come gli ultimi realizzati come installazione per il MIA Photo Fair (rimandato a settembre) che si intitolano Se ci guardassimo a distanza, per ritrovarci parte di un tutto, in un fuori scala dove l’uomo diventa piccolissimo, immerso nella natura. Altro progetto è Oltre, scatti delle Dolomiti, con tracce che vorrei suggerissero come superare i nostri limiti e confini permettendoci di andare più in là, per scoprire che solo aprendosi all’emozione inaspettata si trova il coraggio di guardare oltre. Oltre i confini, oltre le pareti, oltre le proprie radici.

Altro progetto che mi ha entusiasmata è stato Le Presenze e la Montagna Sacra, dedicato al Monte Bianco. Qui con le foto ricamate, ho voluto porre l’attenzione sul desiderio di elevazione e allo stesso tempo la sacralità della natura, della nostra madre terra, le sue vette. Portare il cielo alla terra, legarli in un abbraccio nel desiderio di unione”.

Unicità

Mi stupisce la coerenza tra il tuo nome, il tuo cognome e le tue opere: come la Beatrice di Dante guidi in una dimensione di speranza. Speranza per una prospettiva diversa da cui guardare, speranza di una presenza intima e unica, speranza di vedere oltre.

“In effetti le mie opere sono tutte esemplari unici: concretamente non potrei farne una uguale all’altra. L’aspetto che mi affascina di più è la continua mutevolezza dell’opera, perché i fili creano ombre che assumono un’inaspettata vitalità. L’opera appesa cambia profondità e ombreggiature con il cambiare della luce nell’arco di una giornata, con il cambiare della posizione da cui la si osserva. E ogni volta mi sorprende la libertà di interpretazione che trasmette.

La cornice stessa, che studio e disegno in base al progetto proposto, contribuisce a questo senso di tridimensionalità.

È una ricerca di attenzione, un continuo desiderio di rivelare piccole presenze nascoste, scoprendo nuovi significati al di là della realtà: ognuno ci vede ciò che vuole, traspaiono mondi sottili, da angeli a petali, da farfalle a neve. È al filo che affido il compito di cambiare il punto di vista”.

Tradizione e innovazione nella lavorazione

La Toscana è sempre stata culla di grandissimi artisti. Come hai unito tradizione con innovazione?

“Con un filo. Sono contro corrente: la mia innovazione è stata legare la tradizione e le più antiche pratiche artigianali e meditative alla stampa di immagini digitali. Tenendo a mente poi che questo accadeva in un momento in cui andava molto il grande formato, lo scatto appariscente. La mia scelta di una dimensione piccola, delicata, che attrae l’animo di qualcuno che si avvicina naturalmente per poterla leggere, ricevendo la sorpresa di un colore, di un riconoscersi, ancora oggi mi stupisce”.

La sfida più grande

Quale ostacolo importante hai dovuto superare?

“Credere in me, autorizzarmi a condividere il mio sguardo, le mie presenze per trasmettere emozioni, sentimenti, incontrando persone che risuonano con me. Non è da tutti ascoltare e lasciarsi trasportare in un’esperienza che va oltre i classici sensi. È stato solo quando Clarice Pecori Giraldi, istituzione nel mondo delle case d’asta, mi ha invitata a un’asta di Christie’s: all’epoca lei era la direttrice e ha comprato da Londra la mia opera. Lì ho capito di essere notata da esperti d’arte e la conferma l’ho avuta lo scorso anno al Mia Photo Fair dove ho avuto un gran successo di pubblico e ne è nata una collaborazione con Denis Curti, sinonimo in Italia di fotografia”.

Il sogno, la lezione che possiamo imparare

“Voglio stare bene, i miei lavori mi fanno stare bene.

Voglio condividere l’attenzione e la cura per tutto ciò che viviamo. Aver cura dello spazio, nel fare le cose, nei rapporti, per riscoprire valori. Sogno un sentire e crescere comune e mi impegno per realizzare nuove tracce di presenze che permettano di vedere il mondo da prospettive inedite e sempre mutevoli”.

Info utili
http://beatricesperanza.it/

Indicato a…
Chi crede ancora nella magia dell’arte e nell’insegnamento dell’arte, manifestazione di sensibilità, gentilezza, rispetto e ascolto.

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